Dottorato di ricerca: 3 fattori da sfruttare (se ti iscrivi)

Ho già parlato in un precedente articolo della mia esperienza nell’ambito di un dottorato di ricerca. Parlavo di quello che mi ha insegnato, delle motivazioni che possono spingere a tale percorso.

Beh, ti sei iscritto? Mi hai dato retta? Complimenti. Per quanto mi riguarda hai fatto bene.
Ora però bisogna fare…meglio.
Mi spiego. Ritengo che qualunque sia la scelta del corso di dottorato (o comunque il corso per il quale hai superato la selezione…) tu abbia fatto una scelta notevole e lodevole. Ora però bisogna rendere il dottorato di ricerca un’esperienza formativa e fruttuosa. E se il corso non ti farà diventare miliionario (ma non è mai detto..), di certo dovrà fornirti degli strumenti “pesanti”.

Ritengo che, per raggiungere questo obiettivo, non basti il sudore della fronte, le sere passate davanti al pc o le parolacce per gli esperimenti falliti in un laboratorio. Non basta nemmeno andare a sbafarsi tutto ai coffee-break dei congressi. Serve dell’altro.

Tre, in particolare, sono gli elementi che servono, per quella che è stata la mia esperienza, per poter sfruttare pienamente quanto un dottorato di ricerca può offrire.

Vediamoli assieme.

Avere un buon maestro

Spesso i docenti tutor di dottorato si possono rivelare delle vere e proprie carogne. Tu sei, soprattutto ai primi tempi, il braccio della loro mente. E spesso la loro mente è contorta e invia segnali strani al braccio (a te) finché quest’ultimo non impazzisce. Ecco, la prima cosa che ti invito a fare è cercare dei buoni maestri. Trovati cioè delle persone di cui hai stima e che riconosci come esempi da seguire. Ce ne sono, fidati, e dopo un po’ cominci a riconoscerli a pelle. Sceglitene anche più di uno e da ognuno di essi impara.  Non devono necessariamente essere i professori che ti seguono. Spulcia anche tra i colleghi dottorandi o da altri docenti. Cerca il tuo faro illuminante. Queste sono le persone che potrebbero anche non insegnarti niente in termini disciplinari, ma che ti sanno indicare una strada, come dei veri maestri dovrebbero fare. E ti spingeranno sicuramente all’azione e al tuo miglioramento. In questo senso io ho avuto fortuna. Ho avuto due docenti che mi hanno rigirato come un calzino e mi hanno creato una mente nuova di zecca.

Fare un’esperienza, o anche più di una, all’estero

Anche qua, a me è andata alla grande. Ho partecipato a congressi all’estero e, soprattutto, ho avuto un’esperienza al National Institute of Health di Bethesda, dalle parti di Washington (praticamente una delle terre promesse della ricerca scientifica).

Un dottorato non ha senso se non ti insegna a condividere le conoscenze con altri paesi e non ti induce a confrontarti con modi di pensare la tua materia di studio in larga scala. Sali su un aereo e parti. Vedrai, non ha niente a che vedere con l’Erasmus o con le vacanze a Ibiza a caccia di divertimento.

Imparare i metodi, non le tecniche

Fare un dottorato di ricerca mi ha trasmesso, più delle altre esperienze che ho avuto, l’importanza dell’acquisire metodi trasversali, invece di semplici tecniche (inerenti alla nicchia disciplinare del dottorato). Come dicevo nell’articolo che ho linkato nel primo paragrafo, il dottorato ti insegna che cos’è la ricerca e le competenze trasversali per poterla compiere. Per cui curiosità, capacità di astrazione, di sintesi, di programmazione, di valutazione, rigore e disciplina metodologica. Non sai quanto oggi mi stia tornando utile l’apprendistato in un laboratorio di ricerca pura, nonostante io non stia sfruttando ancora  il titolo di dottore di ricerca per il lavoro che svolgo.

Per cui, adesso che ci sei dentro, vai! Trovati dei buoni maestri, metti in moto la testa e lanciati nell’avventura. Dopo tre anni, se ti sarai impegnato e avrei tenuto in conto, magari anche in minima parte, il contenuto di quest’articolo, sarai un professionista migliore.

Ciao! : – )

 

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